![]() |
| Collegio femminile, ragazze che cuciono e le loro istitutrici, anonimo francese, anni 1900-1910 |
Nella storia della fotografia non ci sono soltanto gli "autori", ma anche tanti professionisti del "mestiere" e gente comunune che fotografando hanno prodotto documenti che nell'estetica e nel contenuto, sono entrati a far parte dell'universo collettivo dell'umanità.
giovedì 5 marzo 2015
Museo della fotografia. La sala della donna nuova
martedì 24 febbraio 2015
Museo della fotografia. La sala della vita e della morte.
![]() |
| La sala della vita e della morte. Elaborazione fotografica di Stefano Viaggio da due carte de visite e una fotografia al bromuro d'argento |
Al fotografo, a qualunque livello si dispieghi la sua
capacità, dall'artista al dilettante, spetta il compito di registrare la vita e
quindi lo scorrere del tempo che porta verso la fine naturale dell'individuo o
al mutare di un paesaggio. Per il professionista fotografare è un atto vitale e
più raramente si viene chiamati a fotografare una persona deceduta, a meno che
non si tratti di fotografie legate a inchieste giudiziarie. Nei primi anni
della storia della fotografia molte persone anziane vennero fotografate una
sola volta, ma lentamente la fotografia si affermò come il mezzo più semplice
ed economico per fissare momenti di vita di una singola persona. Sfogliando album che hanno conservato
l'impianto originale della famiglia di appartenenza senza subire mutilazioni o
sostituzioni, si possono riconoscere i membri della famiglia bambini, poi
giovani e infine adulti. Momento importante è il matrimonio, occasione in cui
si esegue una fotografia di gruppo (come del resto anche oggi) in cui è
possibile riconoscere nonni, zii, sorelle, fratelli degli sposi. Con l'avvento
della carte de visite la diffusione della fotografia subisce un processo di
accelerazione a livello mondiale. La carte de visite significa non solo lo
scambio di immagini spesso accompagnate da una dedica, ma anche la conservazione
di esse in appositi album e il loro utilizzo in caso di morte della persona
amata o amica.
Nella sala che apre il nostro museo, la vita occupa lo spazio
maggiore, ma ci sono anche brevi incursioni sul tema della morte o quantomeno
dell'inquietudine che può provocare la visione di una fotografia in cui il caso
ha voluto che nel fotogramma entrasse qualcosa che non doveva entrare. La vita
è consapevolezza della propria bellezza, una dedica per la persona amata, un
quieto pomeriggio d'estate trascorso sul balcone di casa, una vacanza al mare
in cui si è vinto un premio per il miglior castello di sabbia e innanzitutto un
bambino appena nato o che sta crescendo.
Carte de visite con ritratto di un uomo sui trent'anni, senza indicazione dello studio fotografico.
Sul retro la seguente dedica: a mon cher ami Micholer Jph Dulce pignus amoris Civitatensis die 4 aprilis anno domini 1869 Costanza.
Colei che firma si rivolge alla persona fotografata come ad un amico, ma aggiunge che il ritratto dell'uomo è un dolce pegno d'amore. Siamo nel 1869 nel porto di La Ciotat( Civitatensis vuol dire fiero di essere cittadino di La Ciotat): è il luogo in cui i fratelli Lumiere filmeranno l'arrivo del treno. Nasce il cinema. Quanta vita racchiude questa fotografia con questa dedica in latino sul retro e in cui è ritratto il volto di un uomo dall'atteggiamento molto serio, forse un ufficiale della marina francese. La carte è in un album che contiene diverse fotografie di ufficiali di marina all'epoca dell'espansione coloniale e in quegli anni i viaggi per mare duravano mesi e anche anni. La grafia minuta e precisa della dedica, la firma elegante di Costanza indicano che doveva trattarsi di persone poste a un certo livello sociale e culturale. Scrivere in latino non era alla portata di tutti e una frase del genere sul retro di una carte de visite andava al di là di un normale gesto di amicizia. Quanto amore racchiude questa fotografia? Ci piacerebbe osservare il volto di Costanza, ma nell'album se c'è una sua fotografia è priva del nome o di una dedica.
|
lunedì 16 febbraio 2015
Museo della fotografia. Presentazione. La caverna di Platone
![]() |
Madame Lerroux, elaborazione fotografica di Stefano Viaggio, febbraio 2015 |
Il conflitto tra
apparenza e conoscenza è dentro la storia della fotografia. Ritenuta, nei primi
cinquant'anni della sua storia, la più esatta riproduzione della realtà e per
questo rigettata da intellettuali come Baudelaire in nome della
contrapposizione tra la sensibilità per la bellezza riservata a pochi e la volgarità
della società di massa, la fotografia è considerata oggi come qualcosa di non
facilmente decifrabile. Che cos'è il volto di un uomo o di una donna ritratto
in una fotografia, se non l'ombra di un momento nel passaggio reale di questa
persona lungo gli anni della sua vita, dalla nascita alla morte? Cosa è
accaduto, accade o accadrà in un paesaggio fotografato in una bella giornata di
sole? Quale archetipo evoca il particolare di un oggetto di uso comune? Che
idea suggerisce un segno tracciato su un muro o lo strappo di più manifesti
incollati su una bacheca nel corso del tempo?
Il processo fotografico
appare misterioso e di difficile comprensione alla massa di coloro che
abitualmente fotografano e anche l'introduzione delle fotocamere digitali non
ha aiutato la conoscenza di ciò che significa quella "camera obscura" che affascinò coloro che cercarono di carpire
un'immagine del reale con il solo aiuto della luce naturale. Questa successioni di luoghi bui (l'interno della
fotocamera e della stanza in cui si sviluppano e si stampano le copie positive)
ha suggerito ad alcuni studiosi di proporre come prima riflessione sulla
fotografia, il famoso mito della caverna di Platone di cui presentiamo il testo
e che evoca il perenne conflitto tra l'apparenza dell'ombra e la faticosa
conoscenza del reale.
![]() |
da L'Illustrazione popolare, 18176 |
da Repubblica di Platone [dialogo tra Socrate e Glaucone]
1 [514 a]– In séguito,
continuai, paragona la nostra natura, per ciò che riguarda educazione e
mancanza di educazione, a un’immagine come questa. Dentro una dimora
sotterranea a forma di caverna, con l’entrata aperta alla luce e ampia quanto
tutta la larghezza della caverna, pensa di vedere degli uomini che vi stiano
dentro fin da fanciulli, incatenati gambe e collo, sì da dover restare fermi e
da poter vedere soltanto in avanti, incapaci, a causa della catena, di volgere
attorno il capo. Alta e lontana brilli alle loro spalle la luce d’un fuoco e
tra il fuoco e i prigionieri corra rialzata una strada. Lungo questa pensa di
vedere costruito un muricciolo, come quegli schermi che i burattinai pongono
davanti alle persone per mostrare al di sopra di essi i burattini. – Vedo,
rispose. – Immagina di vedere uomini che portano lungo il muricciolo oggetti
[c] di ogni sorta sporgenti dal margine, e statue e altre [515 a] figure di
pietra e di legno, in qualunque modo lavorate; e, come è naturale, alcuni
portatori parlano, altri tacciono. – Strana immagine è la tua, disse, e strani
sono quei prigionieri. – Somigliano a noi, risposi; credi che tali persone
possano vedere, anzitutto di sé e dei compagni, altro se non le ombre
proiettate dal fuoco sulla parete della caverna che sta loro di fronte? – E
come possono, replicò, se sono costretti a tenere immobile il capo per tutta la vita? – E per gli oggetti
trasportati non è lo stesso? – Sicuramente. – Se quei prigionieri potessero
conversare tra loro, non credi che penserebbero di chiamare oggetti reali le loro
visioni? – Per forza. – E se la prigione avesse pure un’eco dalla parete di
fronte? Ogni volta che uno dei passanti facesse sentire la sua voce, credi che
la giudicherebbero diversa da quella dell’ombra che passa? – Io no, per Zeus!,
[c] rispose. – Per tali persone insomma, feci io, la verità non può essere
altro che le ombre degli oggetti artificiali. – Per forza, ammise. –
![]() |
Da L'Illustrazione Popolare 1876 |
Le ombre dei burattini e l'artificio dei burattinai,
i giochi con la luce che proietta sui muri ombre misteriose divennero veri e
propri spettacoli che si organizzavano i locali pubblici e privati, prima (ma anche
dopo) che Niepce e Daguerre mostrassero
al mondo che era possibile realizzare un'immagine con uno strumento meccanico. Il sogno era trasformare quell'ombra così lungamente studiata da
alchimisti, artisti e intellettuali in un oggetto, rappresentato materialmente dalla
lastra fotografica che riproduceva un luogo, un monumento, il ritratto di una
persona. Ma la conoscenza del reale è difficile: come nella storia
della vita tentativi e prove fallite hanno accompagnato l'evoluzione della
specie, così la strada della conoscenza si presenta ardua da percorrere.
Platone immagina che un prigioniero della caverna venga liberato e
improvvisamente portato alla luce e all'aria aperta.
Da Repubblica di
Platone
– Esamina ora, ripresi,
come potrebbero sciogliersi dalle catene e guarire dall’incoscienza. Ammetti
che capitasse loro naturalmente un caso come questo: che uno fosse sciolto,
costretto improvvisamente ad alzarsi, a girare attorno il capo, a camminare e
levare lo sguardo alla luce; e che così facendo provasse dolore e il barbaglio
lo rendesse incapace di [d] scorgere quegli oggetti di cui prima vedeva le ombre.
Che cosa credi che risponderebbe, se gli si dicesse che prima vedeva vacuità
prive di senso, ma che ora, essendo più vicino a ciò che è ed essendo rivolto
verso oggetti aventi più essere, può vedere meglio? e se, mostrandogli anche
ciascuno degli oggetti che passano, gli si domandasse e lo si costringesse a
rispondere che cosa è? Non credi che rimarrebbe dubbioso e giudicherebbe più
vere le cose che vedeva prima di quelle che gli fossero mostrate adesso? –
Certo, rispose. 2 [e] – E se lo si costringesse a guardare la luce stessa, non
sentirebbe male agli occhi e non fuggirebbe volgendosi verso gli oggetti di cui
può sostenere la vista? e non li giudicherebbe realmente più chiari di quelli
che gli fossero mostrati? – È così, rispose. – Se poi, continuai, lo si
trascinasse via di lí a forza, su per l’ascesa scabra ed erta, e non lo si
lasciasse prima di averlo tratto alla luce del sole, non ne soffrirebbe e non
s’irriterebbe [516 a] di essere trascinato? E, giunto alla luce, essendo i suoi
occhi abbagliati, non potrebbe vedere nemmeno una delle cose che ora sono dette
vere. – Non potrebbe, certo, rispose, almeno all’improvviso. – Dovrebbe, credo,
abituarvisi, se vuole vedere il mondo superiore. E prima osserverà, molto
facilmente, le ombre e poi le immagini degli esseri umani e degli altri oggetti
nei loro riflessi nell’acqua, e infine gli oggetti stessi; da questi poi,
volgendo lo sguardo alla luce delle stelle e della luna, [b] potrà contemplare
di notte i corpi celesti e il cielo stesso più facilmente che durante il giorno
il sole e la luce del sole. – Come no? – Alla fine, credo, potrà osservare e
contemplare quale è veramente il sole, non le sue immagini nelle acque o su
altra superficie, ma il sole in se stesso, nella regione che gli è propria. –
Per forza, disse. – Dopo di che, parlando del sole, potrebbe già concludere che
è esso a produrre le stagioni e gli anni e a governare tutte le cose del mondo
visibile, e ad essere [c] causa, in certo modo, di tutto quello che egli e i
suoi compagni vedevano. – È chiaro, rispose, che con simili esperienze
concluderà così. – E ricordandosi della sua prima dimora e della sapienza che
aveva colà e di quei suoi compagni di prigionia, non credi che si sentirebbe
felice del mutamento e proverebbe pietà per loro? – Certo. – Quanto agli onori
ed elogi che eventualmente si scambiavano allora, e ai primi riservati a chi
fosse più acuto nell’osservare gli oggetti che passavano e più [d] rammentasse
quanti ne solevano sfilare prima e poi e insieme, indovinandone perciò il
successivo, credi che li ambirebbe e che invidierebbe quelli che tra i
prigionieri avessero onori e potenza? o che si troverebbe nella condizione
detta da Omero e preferirebbe “altrui per salario servir da contadino, uomo sia
pur senza sostanza”, e patire di tutto piuttosto che avere quelle opinioni e
vivere in quel modo? – Così penso anch’io, rispose; [e] accetterebbe di patire
di tutto piuttosto che vivere in quel modo. – Rifletti ora anche su quest’altro
punto, feci io. Se il nostro uomo ridiscendesse e si rimettesse a sedere sul
medesimo sedile, non avrebbe gli occhi pieni di tenebra, venendo all’improvviso
dal sole? – Sì, certo, rispose. – E se dovesse discernere nuovamente quelle
ombre e contendere con coloro che sono rimasti sempre prigionieri, nel periodo
in cui ha la vista offuscata, prima [517 a] che gli occhi tornino allo stato
normale? e se questo periodo in cui rifà l’abitudine fosse piuttosto lungo? Non
sarebbe egli allora oggetto di riso? e non si direbbe di lui che dalla sua
ascesa torna con gli occhi rovinati e che non vale neppure la pena di tentare
di andar su? E chi prendesse a sciogliere e a condurre su quei prigionieri,
forse che non l’ucciderebbero, se potessero averlo tra le mani e ammazzarlo? –
Certamente, rispose. [...]
da Repubblica di Platone, Opere, vol. II, Laterza, Bari,
1967, pagg. 339-342, il testo è tratto dal sito: http://www.liceomanara.it/sites/default/files/programmi1/antologia_Platone_miti.pdf
![]() |
| da L'Illustrazione popolare, 1876 |
La posa fotografica di lunga durata o della
frazione di un secondo presuppone un cambiamento nello stato d'animo di chi fotografa e di chi è
fotografato. E' come una sospensione che coinvolge non solo il corpo. Nel
momento in cui si è fotografati qualcosa passa nella nostra testa, insieme a
tanti pensieri può accadere che ne venga uno: dove finirà questa fotografia? E insieme
a questo è possibile un altro: come sarò
in questa fotografia? E poi ancora: che uso faranno della mia immagine? Chi
fotografa non può fare a meno di subire un'altra emozione: la conoscenza e
l'esplorazione, anche di un volto amato o di un luogo assolutamente noto. Ogni
fotogramma è diverso da quello precedente o seguente. Turbamento e conoscenza
si unificano nell'atto fotografico ed è per questo che la fotografia è
affascinante. Ci sono persone che non amano essere fotografate o fotografare, è
come se il dover violare o attraversare per un attimo la caverna oscura di
Platone le intimorisse. Nelle stanze immaginarie di questo museo immaginario,
cercheremo di dare qualche risposta alle domande che abbiamo appena posto,
forse anche in modo arbitrario.
La prima stanza in cui entreremo nel prossimo
articolo è quella della "vita e
della morte".
venerdì 13 febbraio 2015
La fotografia: l'ombra e la traccia. Un documentario dedicato alla storia della fotografia
domenica 13 gennaio 2013
Il lavoro fotografato seconda parte Commercianti
Nella seconda parte di questa serie di post abbiamo scelto alcune fotografie che riguardano il lavoro di chi vende merci e servizi. Mostriamo luoghi lontani dall'Europa perché il commercio nasce con tutte le civiltà ed è anche il modo in cui si diffondono culture e religioni. Le immagini che presentiamo vennero eseguite o per mostrare luoghi in cui si svolgeva il lavoro, è il caso del negozio di Rouen o del grande caffè berlinese, oppure per documentare modi arcaici di lavorare. Queste ultime erano eseguite da viaggiatori europei che volevano portarsi a casa immagini esotiche di terre in cui il modo di vivere era rimasto ad un livello più antico di quello che si era affermato nelle nazioni industrializzate. In modo inconsapevole i fotografi, anonimi turisti, ci riportano a un mondo lontano in cui anche in Europa si vendeva l'acqua e si organizzavano carovane per raggiungere fiere e mercati medievali.
![]() |
| Il mercato di Sora, anonimo francese, 1909 |
Turisti francesi durante un loro viaggio in Italia si fermano nel paese di Sora, in Ciociaria (basso Lazio), ed eseguono una serie di fotografie visitando il mercato. L'attenzione si concentra sui costumi della gente, contadini che sono venuti al mercato per vendere i prodotti della terra. Fissano in questo modo i costumi delle persone: un modo di vestire che non era cambiato da secoli. Queste due fotografie oltre a costituire un documento dell'attività lavorativa di chi vende, sono anche lo strumento che ci consente di vedere costumi che oggi possiamo osservare visitando i musei delle tradizioni popolari di tante regioni d'Europa.
![]() |
| Famiglia di pescatori ritratta in studio fotografico con il costume tradizionale. Studio Heinz Zobler, Germania, 1900-1910 |
Qui siamo di fronte a una fotografia di genere che mostra il lavoro di una famiglia. Sullo sfondo c'è il mare, elemento in cui si svolge l'attività famigliare, in primo piano la rete, strumento per la cattura dei pesci. Luogo di lavoro e strumento di lavoro sono gli elementi che definiscono l'attività di queste tre persone che per l'occasione hanno indossato il costume tradizionale, distinguendosi in questo modo da altre attività lavorative.
![]() |
| Marocco, arrivo di una carovana proveniente dal deserto, anonimo francese, da un album del 1934 |
Questa immagine ci riporta all'inizio della storia, sullo sfondo di un paesaggio desertico si muovono i componenti di una carovana che giungono da terre lontane. Al centro della fotografia il cammello, quadrupede che come il cavallo ha consentito di attraversare luoghi in cui la vita è molto difficile. Questa carovana trasporta spezie, acqua, stoffe e manufatti artigianali per approvvigionare le città della costa. Insieme alle merci giungevano le persone e questo fatto consentiva di scambiare idee e informazioni. E' con carovane come questa che il sapere e i miti si sono diffusi sulla Terra.
![]() |
| Barcaioli sul Nilo, Abu Simbel, 1904, Underwood & Underwood |
Tipica immagine ad uso e consumo del turismo internazionale interessato a visitare l'Egitto dei Faraoni, questa fotografia tratta da una stereoscopia, consente, come quella precedente, di osservare un'attività lavorativa che da sempre si era svolta lungo le rive del Nilo. La barca, i barcaioli e il grande monumento scavato nella montagna sono l'immagine dell'Egitto che gli europei e gli americani in grado di permettersi una vacanza del genere, vogliono vedere.
![]() |
| Portatore d'acqua, anonimo francese, 1870-1880, stampa all'albumina |
Al tempo della colonizzazione francese dell'Indocina un collezionista di immagini raccolse in un album una serie di fotografie su gli usi e costumi del popolo vietnamita. I personaggi con i loro strumenti di lavoro vennero fotografati in studio più o meno tutti nella stessa posizione. Era questo il modo per classificare le persone appartenenti a popoli lontani che gli europei imparavano a conoscere e che intendevano dominare. Il portatore d'acqua indocinese non era un personaggio tanto diverso da altri portatori europei che svolgevano il loro mestiere in tante contrade d'Europa ancora lontane dallo sviluppo industriale.
L'attività commerciale delle città è rappresentato dalle tre fotografie seguenti. Il negozio di generi diversi, in cui si vende tutto, dal pane ai chiodi, il ristorante in cui l'attività centrale è svolta da chi lavora in cucina, la birreria, luogo di incontro e in cui lavora la sterminata massa di camerieri che popola le città europee. Sono i segni di un mondo divenuto ormai moderno e in cui, con le dovute differenze, ancora oggi noi viviamo.
![]() |
| Negozio di Rouen, anonimo francese, 1900-1910 |
Le proprietarie o le inservienti del negozio sono fotografate sulla soglia del luogo in cui svolgono la loro attività. E' il tipico modo con cui si fotografavano i negozi all'inizio del XX° secolo.
![]() |
| Cuochi e personale di un ristorante francese, anni venti, anonimo |
Donne e uomini fotografati in gruppo, molti di essi indossano il loro abito da lavoro. Forse la fotografia è stata eseguita in occasione di un importante anniversario.
![]() |
| Il personale della birreria Kroll's Garden di Berlino, 1905, H. C. White Co |
In un momento di sosta i lavoratori di questo luogo di ritrovo berlinese posano per una fotografia all'aperto. Tratta da una stereoscopia, l'immagine mostra un angolo d'Europa tipico degli anni che precedono la Prima Guerra Mondiale. La calma e la compostezza di questa immagine e dei personaggi in essa rappresentati, nulla fa presagire delle catastrofi che si abbatteranno di lì a poco sulla società europea e, in particolare, su questa città.
sabato 12 gennaio 2013
Il lavoro fotografato
Dopo un lungo periodo di stasi torniamo nuovamente con
la pubblicazione di fotografie che riguardano argomenti specifici. Iniziamo con
un tema oggi molto attuale: il lavoro.
Nella storia della fotografia il tema del lavoro è
stato centrale.
Fotografare un uomo e una donna che lavorano,
significava assegnare alla persona un suo ruolo nella società e il lavoratore
veniva fotografato spesso insieme al suo strumento di lavoro.
Lo strumento di lavoro inserito nell’immagine era il
modo di conferire una qualità e un’identificazione del personaggio
rappresentato.
Molto importante era il luogo in cui la persona
lavorava, in questo senso le fotografie di persone al lavoro rivestono oggi
un’importanza non solo di carattere antropologico, ma anche un valore di
documento per la ricerca su antichi mestieri e luoghi che ci consentono di
ricostruire la storia economica di una data società in un certo periodo
dell’epoca moderna e contemporanea. La fotografia, sin dai suoi esordi, non
poté fare a meno di documentare la
condizione del lavoratore, un fatto che oggi ci permette di ricostruire epoche
in cui la durezza della fatica si accompagnava ad ambienti malsani e sprovvisti
di qualunque sicurezza.
L’anonimato delle persone fotografate che compaiono nei
tanti album o in archivi famigliari, si attutiva in virtù del fatto che
qualcuno era fotografato insieme ad un oggetto usato per lavorare: non
conosciamo il suo nome, ma possiamo intuire cosa faceva nella vita.
Il ritratto fotografico si distingueva così dalla
riproduzione del volto e della figura tramandata nel tempo sulla “carte de
visite”, da conservare per la memoria della famiglia o di un gruppo di persone.
Il ritratto singolo e di gruppo o il luogo in cui si
svolgeva il lavoro, era un modo per documentare e ricordare la collocazione
dell’individuo nella società del proprio tempo. In questo modo le fotografie
del lavoro acquisiscono un valore di documento di grande rilevanza per
ricostruire la storia delle società umane nell’epoca dello sviluppo tecnologico
e dell’espansione industriale.
Ciò che non appare nelle fotografie che presentiamo è
lo sfruttamento dell’uomo lavoratore; è stato scritto molte volte che la
fotografia è un documento ambiguo in cui si fondono insieme verità e
travestimento. Per comprendere un interno famigliare è necessario andare oltre
i volti della famiglia fotografata: osservare gli abiti, la collocazione dei
coniugi e il ruolo dei figli nella composizione dell’inquadratura.
Lo stesso approccio può essere utilizzato per il lavoro
fotografato, accompagnando una fotografia di lavoratori ad altri tipi di
documentazione: relazioni industriali, articoli giornalistici, la letteratura,
in particolare quella a sfondo sociale. Il lavoro fotografato non presenta
sempre le persone nella compostezza assunta all’interno dello studio
fotografico e dettata dalle esigenze dell’illuminazione e dell’inquadratura
decise dal fotografo. La fotografia del lavoro fotografato si sforza anche di
presentare un’immagine meno totalizzante dell’essere umano: il lavoro infatti è
un momento della vita che può essere ricordato con uno scatto dell’otturatore.
E’ con la fotografia del lavoro e dell’uomo lavoratore che si afferma
lentamente un nuovo modo di raccontare la vita.
Il lavoro femminile
![]() |
Cameriere,
Studio Gershel, Nancy, 1895-1900
|
![]() |
Ricamatrici
e venditrici di cuscini, anonimo italiano, Valle d’Aosta, 1920-1930
|
![]() |
Ricamatrice,
anonimo francese, 1910-1920
|
![]() |
Sarte,
anonimo francese, 1900-1910
|
Iscriviti a:
Post (Atom)









































